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Economia italiana: come va e come andrà. L’analisi di Giuseppe Liturri

 

“Cosa succede se usciamo dall’euro?” È il titolo di un libro uscito nel 2018 a cura dell’Istituto Bruno Leoni. Eravamo nei mesi turbolenti del governo Conte 1 – a cui venivano imputati rivoluzionari disegni e che invece finì per conseguire nel 2019 il più basso deficit/PIL (1,6%) degli ultimi 10 anni – e bisognava spaventare gli italiani, anche a rischio di grossolane approssimazioni.

Oggi c’è solo da fare i complimenti agli economisti che hanno contribuito a quel volume. Infatti, negli ultimi 12 mesi si sono avverate parecchie delle loro previsioni con una impressionante precisione. C’è una sola differenza: il tutto è accaduto senza uscire dall’euro.

Poco più di 12 mesi fa, il cambio euro/dollaro oscillava tra 1,18 ed 1,22 e – dopo il crollo da 1,40, conseguente all’avvio nel 2015 del Quantitative Easing da parte della Bce di Mario Draghi – negli ultimi anni era stato quasi sempre sopra 1,10. Dalla fine dell’estate 2021 si è delineato un nuovo scenario: l’aumento dell’inflazione ha posto Eurozona ed Usa davanti ad un sentiero di crescita dei tassi di interesse. Con la differenza che gli Usa hanno già potuto avviare una sequenza di aumenti dei tassi che in Eurozona sarebbe stata ed è tuttora insostenibile. Da qui è partito l’indebolimento dell’euro, che ha risentito anche della progressiva erosione del rilevante avanzo della bilancia commerciale. Peraltro, è il caso di notare che la crescita dell’inflazione USA è stata causata prevalentemente da un eccesso di domanda conseguenza degli imponenti stimoli di bilancio pubblico. Quella dell’eurozona ha avuto la sua causa prevalente nella crescita dei costi degli input energetici innescata a luglio 2021 dall’annuncio da parte della Commissione del programma “Fit for 55”. Un ambizioso e troppo rapido programma di riduzione dell’energia da fonti fossili entro il 2030 che ha fatto saltare gli equilibri dei mercati delle materie prime energetiche, già precari dopo lo “stop and go” del lockdown.

Non ancora appagati, a Bruxelles hanno poi pensato bene di “spezzare le reni” alla Russia, primo fornitore di gas che ha spregiudicatamente sfruttato questa condizione, con gli esiti disastrosi che tuttora vediamo. Si è così realizzato – con notevole coincidenza dei dati – lo scenario prefigurato nel capitolo curato dall’economista Natale D’Amico, in cui si ipotizzava che “dato un peso delle importazioni pari a circa un terzo del prodotto, una svalutazione del 30% produrrebbe un’inflazione di circa il 7,5% ovvero si ridurrebbe della stessa cifra (7,5%) il valore del risparmio degli italiani, l’equivalente di una gigantesca imposta patrimoniale. Alla fine del 2017, secondo la Banca d’Italia, le famiglie, escluse le azioni e le quote di fondi comuni detenevano circa 3.000 miliardi di attività finanziarie. Un’inflazione del 7,5% ne ridurrebbe il valore di 225 miliardi”.

Dall’estate 2021, la svalutazione dell’euro contro dollaro è stata del 20% circa (fino a 0,99) e l’inflazione a luglio ha perfino superato il 7,5% dello scenario, attestandosi al 8,4% (indice Ipca) e comunque ampiamente sopra il 5% da inizio anno. Ma, stranamente, non siamo riusciti a leggere da nessuna parte alcun articolo sulla “gigantesca imposta patrimoniale”, conseguenza di tale livello di inflazione.

Al danno dell’inflazione importata, si è aggiunta la beffa del modesto beneficio per l’export, in teoria favorito dalla svalutazione. In pratica però, le strozzature nelle filiere produttive e l’aumento dei costi di produzione hanno notevolmente frenato la crescita verso l’estero.

L’euro si è comportato in questi mesi quasi come una valuta di un paese emergente, pronto a sussultare ad ogni notizia. Come accaduto proprio mercoledì pomeriggio, quando euro/dollaro è salito repentinamente da 1,0250 a 1,0350 alla notizia dell’inflazione USA al 8,5% a luglio, contro il 9,1% di giugno; alleggerendo così la pressione sulla Fed per un rialzo dei tassi ed evitando un ulteriore indebolimento dell’euro. Contro dollaro, nell’ultimo anno l’euro ha fatto solo leggermente meglio dello zloty polacco o del fiorino ungherese. Non proprio la protezione che ci avevano promessopiù di venti anni fa.

E non è ancora tutto. Perché se il capo della Fed Jerome Powell decidesse di seguire le orme del suo mitico predecessore Paul Volcker – che tra il 1980 ed il 1981 spinse i tassi fino al 19% per ridurre l’inflazione, con il dollaro che si rivalutò del 50% circa contro il marco tedesco – e riportasse i tassi reali in territorio positivo, allora dell’euro resterebbero solo le macerie. Giova ricordare che fu proprio da quella manovra degli USA che ebbe origine l’esplosione del costo del servizio del nostro debito pubblico e l’inizio della crescita del rapporto debito/PIL.

Oggi, con l’euro, siamo nella stessa condizione di vulnerabilità ed abbiamo già visto manifestarsi tutto ciò che ci hanno sempre detto sarebbe accaduto con la Lira.

 

(versione ampliata e aggiornata di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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