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Il valore della scienza

Per parlare della scienza occorre partire dalle motivazioni per cui s’è creata questa grande impresa scientifica. Certo le persone che hanno tanto tempo fa addomesticato il fuoco, che hanno cominciato a capire come si potevano cucinare gli alimenti, e come si potevano coltivare le semenze, e poi quelli che hanno imparato a migliorare i semi mediante selezioni e incroci, o anche ad allevare e a migliorare le razze degli animali, in fondo erano tutti scienziati, i quali però sono rimasti completamente ignoti a noi e quindi è difficile parlare di loro. 

Vorrei concentrarmi piuttosto sulle motivazioni e sull’organizzazione della scienza come la conosciamo adesso e come storicamente si è sviluppata. 

Il punto di vista degli scienziati

A questo proposito, vorrei incominciare citando le parole che si dicono pronunziate da Richard Feynman. Richard Feynman è stato uno dei più grandi scienziati del secolo scorso, una persona con interessi di tutti i tipi: era per esempio un ottimo sonatore di bongo, che aveva imparato a sonare quando era in Brasile, ed è anche salito su uno dei carri del carnevale a eseguir pezzi di musica; aveva un’aria molto scanzonata e a volte anche provocatoria. Per quel che riguarda la scienza, gli si attribuisce il detto che la scienza è come il sesso: ha anche delle conseguenze pratiche, ma non è questo il motivo per cui la facciamo. Questa frase può essere messa, forse anche in maniera un po’ irriverente, assieme all’imperativo dantesco: «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza».

 Dal punto di vista degli scienziati la scienza è un enorme puzzle; e come avviene quando si compone un puzzle ogni volta che viene messo un pezzo al posto giusto questo apre la possibilità di mettere altri pezzi. Si può così vedere la scienza come un mosaico gigantesco, in cui ogni scienziato aggiunge una piccola tessera. Ogni tessera che viene aggiunta a questo mosaico è un’acquisizione per sempre. Perciò lo scienziato ha la consapevolezza che il suo lavoro, il suo fare scienza è diventato un contributo, per cui anche quando il suo nome sarà dimenticato il suo contributo rimarrà, e quelli che, come diceva Newton sulle orme di Bernardo di Chartres, verranno dopo s’arrampicheranno sulle spalle di quelli che sono venuti prima. Infatti, Newton (come prima di lui Bernardo) diceva che se aveva potuto vedere così lontano, lo doveva al fatto che era salito sulle spalle di giganti. 

Possiamo anche dare un’altra immagine di che cosa sia l’impresa scientifica: ci sono dei naviganti che sbarcano di notte su un’isola sconosciuta e accendono un fuoco sulla spiaggia e, così facendo, incominciano a vedere che cosa li circonda: prima vedono le cose più vicine, poi pian piano mettono altra legna sul fuoco, la zona ben visibile diventa più ampia poiché il fuoco diventa più forte; ma di là dalla regione illuminata s’intravede una zona misteriosa e, ovviamente, più legna si mette sul fuoco, più la zona misteriosa diventa chiara; ma dietro di essa appare un’altra zona misteriosa sempre più grande. Più esploriamo l’universo, più scopriamo delle nuove regioni da esplorare, e ogni scoperta ci permette di formulare tantissime nuove domande che prima non eravamo assolutamente in grado di concepire. L’identificazione delle stelle dai cui ammassi son formate le galassie e il calcolo del loro numero è una scoperta che ha poco più di un secolo;  l’essersi resi conto dell’immensità dell’universo ci permette di porci domande che prima non erano assolutamente formulabili, e diveniamo sempre più consapevoli della nostra ignoranza su certe cose che non potevamo nemmeno concepire. 

Queste sono dunque delle considerazioni dal punto di vista dello scienziato, che spiegano il motivo di questo suo interesse per la scienza. Se si pensa al numero di persone che passano, non dico tutta la vita, ma una certa quantità di tempo a fare dei puzzle per divertirsi, è chiaro che comporre un puzzle di questo tipo collaborativo o su scala di secoli sia qualcosa che possa affascinare le persone. 

C’è anche un divertimento che si può provare nel fare scienza. Il mio maestro Nicola Cabibbo spesso, quando si discuteva sul da farsi, diceva: «Perché dovremmo studiare questo problema se non ci divertiamo?» Uno scienziato può quindi avere la scelta tra vari problemi da studiare e a seconda delle sue attitudini, di quello che egli trova più o meno divertente, più o meno interessante, sceglie un certo tipo di cose, un certo tipo di problemi. Mi ricordo d’un caro amico, Aurelio Grillo, che appena laureato spesso commentava: «Fare il fisico è una faticaccia, ma è sempre meglio che lavorare». C’è quasi lo stupore d’esser pagati per fare proprio le cose che uno vuole fare: quindi, da questo punto di vista, quello dello scienziato è un mestiere molto privilegiato. 

Le prime applicazioni della scienza

Bisogna tener conto che se si guarda alla storia ci sono stati ovviamente degli scienziati di famiglia agiata che si potevano permettere di svolgere le loro ricerche nei lunghi periodi d’ozio, nel senso di otium latino: basti pensare per esempio a Plinio il Vecchio; ma a parte questi casi rari, lo scienziato ha sempre avuto il problema di procurarsi da mangiare (e anche qualcos’altro) e le applicazioni della scienza erano in qualche modo fondamentali a questo fine. 

Se pensiamo in termini di applicazioni, si deve considerare una delle prime scienze in ordine di tempo, cioè l’astronomia. Qualcuno potrebbe pensare che l’astronomia sia una scienza che non ha applicazioni pratiche, ma in realtà noi abbiamo quest’impressione perché viviamo in città ben illuminate, in cui siamo abituati ad avere il controllo della luce, ad avere una luce artificiale che ci permette di vedere di notte, e le eclissi di luna non ci fanno più paura. Però quando 2.000 e 3.000 anni fa non c’era la luce artificiale, l’eclissi di luna, fenomeno non bene spiegato, era certamente qualcosa d’impressionante; per non parlare del terrore che potevano causare le eclissi di sole. Essere in grado di predire eclissi di luna, eclissi di sole, o anche lo stesso avvicendarsi delle stagioni, dava certamente un prestigio allo scienziato e al potere politico, al re o al principe o allo stesso popolo a cui lo scienziato poteva annunciare questi fatti. 

C’è sempre stato un forte legame fra la scienza e le sue possibili applicazioni: applicazioni che possono, come in questo caso, semplicemente portar prestigio alle persone. Per i mecenati le motivazioni potevano essere solo culturali o di prestigio sociale, ma per gli scienziati potevano essere anche altre: basti pensare ad Aristotele che è stato il precettore di Alessandro Magno. Già all’epoca, il rapporto fra potere politico e peso culturale delle scoperte o delle osservazioni di fenomeni ancora ignoti era molto importante. 

Ma se parliamo delle applicazioni pratiche dell’astronomia possiamo anche ricordare Galileo Galilei. Galileo incomincia puntando il suo cannocchiale al cielo e una delle prime sue scoperte sono i satelliti di Giove: scoperta assolutamente inaspettata, che ha delle conseguenze concettuali profonde perché non solo mostra che Giove è in realtà un piccolo sistema simile a quello solare copernicano, ma dà l’idea della gravitazione multicentrica (anche se Galileo non ne parla in maniera esplicita): cioè che Giove abbia, come il sole, una capacità attrattiva, e quindi anche che la luna sia un satellite della terra, ovvero che nel cielo sono presenti gli stessi fenomeni che avvengono sulla terra e intorno ad essa. Una delle prime cose che Galileo si domanda è come trarne un’applicazione pratica. I satelliti di Giove forniscono un orologio assoluto poiché sono osservabili da tutta la terra e c’è un momento preciso in cui vengono occultati dal pianeta. Gli orologi assoluti non esistevano all’epoca, perché gli orologi dell’epoca non erano precisi. Tuttavia, sapendo l’ora assoluta e conoscendo la posizione del sole, si può determinare quale sia la longitudine; cosa chiaramente fondamentale per la navigazione.  Galileo pensò dunque che, compilando delle tavole, i satelliti di Giove si potessero usare per determinare la longitudine. I satelliti di Giove non furono mai adoperati veramente per questo scopo, perché il metodo era un po’ troppo macchinoso: è interessante però che Galileo pensai subito a un’applicazione pratica delle scoperte. 

Questa ricerca di un’applicazione pratica delle scoperte viene portata avanti, per esempio, dal Torricelli. Nell’introduzione al suo libro De motu gravium (1644) egli dice essenzialmente di volere studiar gli oggetti che si muovono con velocità costante orizzontalmente e con accelerazione costante verticalmente, cioè gli oggetti che normalmente diciamo venire accelerati dalla forza di gravità e continua «Se poi le palle di cannone non seguono questa ipotesi, loro danno, non parleremo di esse». Torricelli, cioè, vuole esprimere l’idea che le leggi del moto e le palle di cannone avessero ben qualcosa da vedere l’uno con l’altro, anche se le ipotesi non sono esattamente soddisfatte.

La rivoluzione industriale

Poi abbiamo avuto la rivoluzione industriale, la quale si basa moltissimo su principi della fisica. La fisica, infatti, con le macchine del Carnot e con tutta la teoria della termodinamica, diventa fondamentale per quanto riguarda la teoria delle macchine a vapore; ma non solo: anche la sintesi dell’ammoniaca realizzata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è assolutamente basata sui principi della fisica e della chimica fisica. 

La sintesi dell’ammoniaca è stata fondamentale per vari motivi: l’azoto, che in natura si trova nell’aria, è necessario per la sintesi delle proteine. È chiaro che per poter crescere, un essere umano, come tutti gli altri animali e vegetali, ha bisogno di proteine, d’aminoacidi; tutti gli esseri viventi hanno bisogno di azoto, ma non potendo assimilare quello che sta nell’aria, esso deve necessariamente esser legato chimicamente (come nell’ammoniaca). Questa sintesi dell’azoto (in ammoniaca) veniva compiuta soltanto da un certo numero relativamente piccolo di batteri, i quali fornivano tutta la materia di base per le proteine animali e vegetali; la sintesi dell’ammoniaca permette dunque di far portare quest’azoto che sta nell’aria a una forma che sia utilizzabile dalle piante e poi, successivamente, dagli animali. La sintesi dell’ammoniaca ha permesso di creare dei fertilizzanti in quantità enorme, cosa che è stata alla base del fortissimo aumento della popolazione nel Novecento. Ed è anche stato alla base, purtroppo, della possibilità di sostenere la Prima guerra mondiale da parte dei tedeschi, per il semplice fatto che l’ammoniaca realizzata con la sintesi permetteva di fabbricare le munizioni. 

Non nomino a caso la Prima guerra mondiale perché la Prima guerra mondiale è stata in qualche modo connessa all’inizio della grande scienza (la cosiddetta big science). Infatti, una delle tragedie della Prima guerra mondiale è stata l’iprite, la quale fu utilizzata dai tedeschi sui campi della città di Ypres (una città belga situata nelle Fiandre): è un terribile veleno e in quell’occasione morirono alcune migliaia di persone. Ma quello che è meno noto è che l’uso dell’iprite è assolutamente non banale dal punto di vista scientifico, perché bisognava sintetizzarlo in grande quantità, e per far questo si mobilitarono cinque futuri premi Nobel tedeschi. 

Quindi la produzione di massa dell’iprite è stata praticamente l’inizio dell’entrata in guerra degli scienziati tedeschi: l’episodio con cui la scienza tedesca incominciò a lavorare per gli armamenti bellici. 

Con la seconda guerra mondiale nasce veramente la grande scienza: cinquantamila persone lavorano nei vari laboratori fra Los Alamos e quelli sparsi attorno alla costruzione della bomba atomica; c’è anche un grande tentativo di coordinare gli sforzi bellici in cui il consigliere e presidente americano per la scienza, Vannevar Bush, organizza il lavoro di seimila scienziati su tutti i problemi riguardanti la guerra: la produzione d’armamenti, la produzione d’aerei e così via. Nasce quindi l’idea di una scienza che deve essere finanziata e guidata dallo Stato. Vannevar Bush nel dopoguerra spinge fortemente per il grosso finanziamento delle attività civili sulla ricerca. Prende così avvio la grande scienza che, per fortuna, non si limita alle sole applicazioni belliche.

Che la ricerca e lo sviluppo siano trainanti per il progresso industriale di un Paese è cosa che si tende a dimenticare. Mi ricordo una volta che eravamo stati ricevuti con altri scienziati da Giorgio Napolitano quando era presidente della Repubblica; ci disse che aveva parlato con la cancelliera tedesca Angela Merkel, la quale gli aveva detto: «Ma scusate: perché vi lamentate se il vostro PIL sale meno di quello tedesco? Noi siamo passati dal due al tre per cento da spendere in ricerca e sviluppo; voi siete rimasti all’uno. L’avete voluto voi: perché ve la prendete con noi?». 

È chiaro che non è pensabile lo sviluppo tecnologico di adesso senza un parallelo avanzamento della scienza pura: infatti la scienza pura non solo fornisce alla scienza applicata le conoscenze necessarie per potersi sviluppare (linguaggi, metafore, quadri concettuali), ma anche un ruolo più celato e non meno importante. Le attività scientifiche funzionano infatti anche come un gigantesco circuito di collaudo di prodotti tecnologici e di stimolo al consumo di beni ad alta tecnologia avanzata. Basti pensare al linguaggio HTML che è stato introdotto in ambiente scientifico al CERN per trasmettere dati dagli Stati uniti, o al fatto che i primi grandi consumatori di CDC delle macchine fotografiche sono stati gli astronomi che avevano bisogno dei CDC per l’astronomia. 

Passando ora a quello che succede in Italia al giorno d’oggi, vediamo che il settore della ricerca e dello sviluppo scientifico è poco più dell’un per cento del PIL, in contrasto con altri Paesi, come la Corea del Sud, dove si arriva al quattro per cento. Dobbiamo ricordarci non solo che la Corea del Sud ci ha eliminato dai mondiali nel 2002, ma anche che spende quasi quattro volte di più dell’Italia in ricerca e sviluppo, e che ci batterà anche in altri campi. 

Se anche a livello planetario la scienza forse continuerà a svilupparsi e a trascinare la tecnologia non c’è nessuna garanzia che questo avvenga in un paese come l’Italia in cui abbiamo visto un’enorme deindustrializzazione negli ultimi cinquant’anni e assistiamo a un lento decadere della scuola pubblica a un disinvestimento dell’impegno finanziario nei beni culturali. Su scala decennale, tutte le attività culturali in Italia sono in lento ma costante declino e dobbiamo difendere la scienza – questa è una cosa importante – non solo per i suoi aspetti pratici, ma anche per il suo valore culturale.

Negli ultimi anni abbiamo avuto una prima inversione di tendenza. I fondi del Pnrr hanno dato al nostro Paese una grande opportunità: per la prima volta da decenni ci sono per la ricerca pubblica fondi, progetti organico e tempi certi per la loro realizzazione. Ciò avvicina l’Italia a Francia e Germania e fa immaginare un futuro per la nostra ricerca, anche considerando che i nostri scienziati hanno una produttività di lavori eccellenti più alta rispetto a quella degli altri Paesi. Ma una volta terminati i fondi del Pnrr cosa succederà? Che fine faranno i progetti iniziati? Come saranno finanziate, nel frattempo e successivamente, le ricerche non considerate dal Pnnr?

Per dare continuità a quanto abbiamo costruito è fondamentale immaginare il futuro. Per offrire alla politica un progetto realistico è stato elaborato un piano dettagliato nei contenuti e nella dimensione finanziaria. https://www.lincei.it/sites/default/files/documenti/Articles/Piano_quinquennale_%20per_la_ricerca_pubblica-2023-2027_Lincei.pdf

Su di esso  spero che ci possa esserci una larga convergenza da parte di tutte le parti politiche. Lo sviluppo della ricerca italiana dovrebbe basarsi su piani approvati a larga maggioranza e non soggetti all’alea dei cambiamenti politici.

La Scienza come cultura

La difesa della scienza come parte della cultura è qualcosa di estremamente importante. Bisogna sensibilizzare la popolazione, almeno quella colta, su che cos’è la scienza; occorre far capire che la scienza e la cultura si intrecciano l’una con l’altra, sia nel loro sviluppo storico, sia sul piano teorico, e anche nella pratica di tutti i giorni. Bisogna spiegare in maniera semplice (ma non semplicistica) cosa fanno oggi gli scienziati e quali sono le sfide dei nostri giorni. Anche se quest’opera di spiegazione dei contenuti e del significato della scienza non è facile, specialmente per le scienze cosiddette ‘dure’, dove la matematica svolge un ruolo essenziale, tuttavia con un certo sforzo si possono ottenere ottimi risultati. 

Vorrei a questo proposito ricordare una bellissima citazione di Robert Wilson (Robert Wilson è uno degli scienziati americani che, nel secondo dopoguerra, organizzò la costruzione delle grandi macchine acceleratrici negli Stati Uniti): nel 1969 di fronte a un senatore americano che insistentemente gli chiedeva quali fossero le applicazioni della costruzione dell’acceleratore al Fermi Lab vicino a Chicago, e il perché il senato americano dovesse finanziare il progetto ‘Bob’ Wilson gli rispose che il suo valore stava nell’amore per la cultura, e che come la pittura, la scultura, la poesia o tutte quelle attività di cui gli americani sono patriotticamente fieri, non serviva per difendere il proprio Paese, ma faceva sì che valesse la pena di difenderlo. 

Spesso si dice che le scienze dure non sono comprensibili per chi non ha studiato la matematica, ma si ha stesso problema con la poesia cinese che è una combinazione piacevole di letteratura e pittura; il manoscritto originale della poesia è un quadro, dove singoli ideogrammi cinesi sono elementi pittorici che vengono rappresentati ogni volta e in ogni poesia in maniera differente. Questa dimensione pittorica si perde completamente nella traduzione e la sua bellezza, la bellezza dell’originale scritto in cinese dalla mano stessa del poeta svanisce del tutto nella traduzione ed è difficilmente apprezzabile da chi non conosce bene il cinese. Ma è certamente possibile apprezzare in italiano la bellezza delle poesie cinesi, anche se si perdono alcune cose, e allo stesso modo è possibile far comprendere la bellezza delle scienze dure anche a chi non conosce la matematica e a chi non ha fatto studi scientifici. 

Non è facile farlo, ma è possibile, come è fondamentale il dialogo tra scienziati che studiano la matematica, la fisica o la biologia e studiosi di materie umanistiche (filosofiche, storiche e letterarie), dialogo tra le due culture, scientifica ed umanistica, essenziale per far diventare la scienza parte integrante della cultura e permettere alle persone d’avvicinarsi alla scienza contemporanea. È chiaro che la scuola da questo punto di vista può svolgere un ruolo fondamentale affinché la scienza sia presentata in maniera viva, non in maniera tediosa, perché se viene presentata in forme noiose è la fine dell’apprendimento piacevole e razionale, che è la funzione primaria della scuola. 

C’è un mondo intero di questioni che attendono di essere affrontate seguendo questa prospettiva. Bisogna muoversi in questa direzione, bisogna fare di più, molto di più di quanto non sia stato fatto fino ad ora. Se non lo si è fatto, credo che in parte sia anche a causa degli scienziati che non possono sfuggire a queste responsabilità. È dunque necessario che si muovano con convinzione e impegno in questa direzione. 

Il rifiuto della scienza

Questa profonda integrazione tra scienza e tecnologia potrebbe suggerire che la scienza ha un futuro brillante in una società che sta diventando sempre più dipendente dalla tecnologia avanzata (i telefoni cellulari ampiamente utilizzati oggi possono raggiungere una capacità di calcolo di centinaia di miliardi di operazioni aritmetiche al secondo, come i mastodontici supercomputer di venticinque anni fa). 

Oggi sembra essere vero il contrario: ci sono forti tendenze antiscientifiche nella società, il prestigio della Scienza e la fiducia che è stata riposta in essa stanno rapidamente diminuendo, le pratiche astrologiche, omeopatiche e antiscientifiche si stanno diffondendo ampiamente, insieme al vorace consumismo tecnologico (per esempio il movimento NoVax prima del COVID o la negazione della Xylella come origine della malattia che ha colpito gli ulivi pugliesi).

Ora, abbiamo anche visto durante la COVID, le tragedie che sono accadute alle persone che stavano negando la COVID, negandola. Si sono rifiutati di vaccinare nonostante milioni di morti. Questo è avvenuto grazie al rifiuto della scienza. 

Non è facile comprendere appieno l’origine di questo fenomeno: questa sfiducia di massa nella scienza può anche essere dovuta a una certa arroganza degli scienziati che presentano la scienza come saggezza assoluta, rispetto ad altre conoscenze discutibili, anche quando non è così. A volte, l’arroganza non consiste nel cercare di portare al pubblico le prove disponibili, ma nell’aspettarsi un assenso incondizionato basato sulla fiducia negli esperti. 

Il rifiuto di accettare i limiti può indebolire il prestigio degli scienziati, che a volte ostentano una sicurezza eccessiva e infondata; una posizione che il pubblico può in qualche modo percepire come parziale o limitata. A volte i cattivi divulgatori presentano i risultati scientifici quasi come una stregoneria superiore, comprensibile solo a pochi eletti. Così facendo, i non scienziati possono essere messi nella condizione di assumere un punto di vista irrazionale nei confronti della scienza, che viene percepita come una magia inaccessibile e quindi, a loro volta, nutrono aspettative irragionevoli: se la scienza diventa una pseudo magia, perché non scegliere la vera magia piuttosto che il suo surrogato?

Ma forse le difficoltà attuali hanno origini più profonde che devono essere comprese a fondo per poterle contrastare. Stiamo affrontando un periodo di pessimismo sul futuro, originato da crisi di diversa natura: crisi economica, riscaldamento globale, esaurimento delle risorse e inquinamento. In molti Paesi, sono in aumento anche le disuguaglianze, l’insicurezza, la disoccupazione e la guerra. Mentre un tempo si pensava che il futuro sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente, la fede nel progresso, nelle magnifiche sorti e progressive degli esseri umani si è erosa: molti temono che le generazioni future staranno peggio di quelle attuali. E così come la scienza ha ricevuto il merito del progresso, ora riceve la colpa del suo declino (indipendentemente dal fatto che sia reale o solo percepito). La scienza è talvolta considerata un cattivo maestro che ci ha portato nella direzione sbagliata, e cambiare questa percezione non è facile. C’è una grande insoddisfazione nei confronti di tutti coloro che ci hanno condotto in questa situazione e gli scienziati non sfuggono ai rimproveri.

La scienza a volte è considerata un cattivo insegnante che ci porta nella direzione sbagliata. Il cambiamento di questa percezione non è facile. Non dobbiamo dare per scontato che lo sviluppo della scienza sia inarrestabile: è un errore pensare che lo sviluppo tecnologico possa sempre contare sullo sviluppo scientifico. I Romani conservarono la tecnologia greca senza molta considerazione per la scienza greca.

Il futuro dell’umanità

Ci sono alcune conseguenze pratiche della scienza che sono molto, importanti. La scienza sta facendo grandi progressi e molti dei problemi del mondo potrebbero essere risolti utilizzando gli strumenti della scienza messi a nostra disposizione. 

In questi giorni, l’umanità deve fare delle scelte essenziali; deve contrastare il cambiamento climatico. Per decenni, la scienza ci ha avvertito che il comportamento umano stava gettando le basi per un drammatico aumento della temperatura del nostro pianeta. Ma la scienza da sola non è sufficiente. Uomo avvisato mezzo salvato, dice il proverbio, ma solo mezzo. Sono necessarie decisioni politiche, soprattutto da parte dei Paesi ricchi. Dobbiamo andare oltre il miope interesse nazionale per risolvere i problemi globali con lo spirito di “whatever it takes”. Il COVID ci ha insegnato che siamo tutti collegati e ciò che accade nei mercati dei giochi o nella foresta amazzonica riguarda profondamente tutti noi.

Purtroppo, le azioni intraprese dai governi non sono state all’altezza di questa sfida e i risultati finora sono stati estremamente modesti. Ora che il cambiamento climatico sta iniziando a influenzare la vita delle persone, c’è forse una reazione più decisa, ma abbiamo bisogno di misure molto più forti. Dall’esperienza del COVID, sappiamo che non è facile adottare misure efficaci in tempo. Abbiamo visto come spesso le misure per contenere la pandemia siano state prese in ritardo, solo nel momento in cui non potevano più essere rimandate. Ricordo che un capo di governo ha detto: “Non possiamo fare una lockdown prima che gli ospedali siano pieni, i cittadini non capirebbero”. 

La nostra generazione deve percorrere una strada piena di pericoli. È come guidare di notte: la scienza è rappresenta i fari, ma poi la responsabilità di non uscire di strada è del conducente, che deve anche tenere conto del fatto che i fari hanno una portata limitata.

Infatti, anche gli scienziati non sanno tutto. Si tratta di un lavoro laborioso, durante il quale le conoscenze vengono accumulate una dopo l’altra e le sacche di incertezza vengono lentamente eliminate. La scienza fa previsioni oneste sulle quali si forma lentamente un consenso scientifico. Quando l’IPCF prevede che in uno scenario intermedio di riduzione delle emissioni di gas serra, la temperatura potrebbe aumentare tra i 2,1 e i 3,5 gradi, questo intervallo è quello che possiamo stimare al meglio in base alle conoscenze attuali. 

Ci troviamo di fronte a un problema enorme che richiede interventi decisivi non solo per fermare l’emissione di gas serra, ma abbiamo anche bisogno di investimenti scientifici: dobbiamo essere in grado di sviluppare nuove tecnologie per conservare l’energia trasformandola in combustibili, tecnologie non inquinanti basate su risorse rinnovabili: non solo dobbiamo salvarci dall’effetto serra, ma dobbiamo evitare di cadere nella terribile trappola dell’esaurimento delle risorse naturali.

Anche il risparmio energetico è un capitolo da affrontare con decisione: ad esempio, finché la temperatura interna delle nostre case rimarrà quasi costante tra estate e inverno, sarà difficile fermare le emissioni.

Bloccare con successo il cambiamento climatico richiede uno sforzo mostruoso da parte di tutti: si tratta di un’operazione con un costo colossale, non solo finanziario ma anche sociale, con cambiamenti che influiscono sulla nostra vita. La politica deve garantire che questi costi siano accettati da tutti: coloro che hanno utilizzato più risorse devono contribuire di più, per incidere il meno possibile sulla maggior parte della popolazione; i costi devono essere distribuiti in modo giusto ed equo tra tutti i Paesi: non solo la decenza richiede che i Paesi che attualmente incidono sulle risorse del pianeta facciano gli sforzi maggiori, ma se così non accadrà, sarà politicamente impossibile contrastare il cambiamento climatico in maniera efficace.

Scienza e pace

Dobbiamo costruire legami e ponti tra persone di Paesi diversi e sottolineare ciò che unisce tutti gli esseri umani al di là del nazionalismo. La scienza è un’impresa mondiale e si presta molto bene. Certo, ci vuole tempo, ma si tratta di processi di lunga durata e dobbiamo pensare in una prospettiva a lungo termine, quale sarà la situazione tra 10-20 anni.

Questo è accaduto in passato. L’Europa è una creazione culturale fatta da scienziati filosofi umanisti che hanno creato lo spazio culturale europeo. A partire dai clerici vagantes dalla fondazione delle Università, l’Europa è stata caratterizzata da una classe di persone molto colte che erano in contatto tra loro e si spostavano da un luogo all’altro. In questa costruzione, un ruolo molto importante è stato svolto dalle accademie scientifiche fondate in Europa (che ancora oggi dominano la scena scientifica) come l’Accademia dei Lincei nel 1603, la Royal Society nel 1646, l’Académie des Sciences nel 1666.

Molto tempo dopo, il CERN fu fondato da 12 Paesi europei nel 1954, 3 anni prima del Trattato di Roma, dove fu fondata la Comunità Economica Europea, con solo 6 dei 12 Paesi del CERN. È chiaro che la scienza era più avanti della politica, anche se consideriamo che molti Paesi, anche dall’altra parte del muro divisorio, partecipavano agli esperimenti condotti al CERN.

Negli ultimi tempi, abbiamo assistito alla creazione di Synchrotron-Light for Experimental Science and Applications in the Middle East (SESAME), un laboratorio straordinario, situato in Giordania, che è stato fondato da alcuni Paesi dell’Est: Bahrain, Cipro, Egitto, Iran, Israele, Pakistan e Autorità Palestinese e Turchia, che hanno una posizione politica piuttosto diversa.

Purtroppo non sempre la scienza viene usata per la pace: potrebbe essere usata per la guerra, come abbiamo visto in passato. Attualmente ci sono ancora problemi. Vorrei ricordare una dichiarazione del G7 accademico, che si è svolto a Parigi nel 2019, dove c’è stata un’importante dichiarazione sulle armi autonome firmata da tutte e sette le Accademie.

L’AI apre nuove possibilità per le applicazioni militari, in particolare per quanto riguarda i sistemi d’arma con una significativa autonomia nelle funzioni critiche di selezione e attacco degli obiettivi. Tali armi autonome potrebbero portare a una nuova corsa agli armamenti, abbassare la soglia della guerra o diventare uno strumento per oppressori o terroristi. Alcune organizzazioni chiedono un divieto sulle armi autonome, simile alle convenzioni nel campo delle armi chimiche o biologiche. Tale divieto richiederebbe una definizione precisa di armi e di autonomia. In assenza di un divieto sui Sistemi di Armi Autonome Letali (Lethal Autonomous Weapons Systems, LAWS), dovrebbe essere garantita la conformità di qualsiasi sistema d’arma al Diritto Internazionale Umanitario. Queste armi dovrebbero essere integrate nelle strutture di comando e controllo esistenti, in modo tale che la responsabilità e la responsabilità legale rimangano associate a specifici attori umani. C’è una chiara necessità di trasparenza e di discussione pubblica delle questioni sollevate in questo settore. 

Quest’anno abbiamo affrontato un’enorme tragedia, non solo i militari uccisi, ma anche un gran numero di civili. Siamo testimoni di un numero incredibilmente alto di rifugiati, così alto da non poter essere paragonato a nulla di ciò che ho visto. Questa tragedia deve finire ora, ma dobbiamo anche pensare a lungo termine Stiamo tornando ai tempi della guerra fredda e abbiamo sentito di nuovo la minaccia di usare le armi nucleari. La guerra fredda, un confronto che è andato avanti per più di 40 anni, non è stata solo fredda, ma ha avuto anche periodi caldi con milioni di morti. E credo che ora che i tempi della guerra fredda stanno tornando, dovremmo porci una domanda fondamentale. Perché siamo vivi? Perché non siamo morti nella Terza Guerra che si sarebbe potuto scatenare? 

Gran parte del merito deriva dalla consapevolezza che bisognava evitare un’escalation incontrollata e che era essenziale che gli eserciti del Patto di Varsavia e della NATO non si scontrassero militarmente. Ci si trovava in una situazione di distruzione reciproca assicurata (MAD) nel caso della guerra atomica. Siamo ancora nella stessa situazione, le circa 2000 testate strategiche della NATO e le 1600 testate russe sono in grado di devastare completamente l’emisfero settentrionale. Erae rimane fondamentale disinnescare i conflitti prima che si arrivi a uno scontro armato diretto tra i rispettivi eserciti.

La scienza ha avuto un ruolo diretto nella costruzione della pace. La “Diplomazia di secondo livello” ha avuto un ruolo molto importante. Il primo esempio di questo tipo di diplomazia sono state le Conferenze Pugwash sulla Scienza e gli Affari Mondiali. Pugwash ha svolto un ruolo utile nell’aprire canali di comunicazione in un periodo di relazioni ufficiali e non ufficiali altrimenti limitate. Ha fornito il lavoro di base per il Trattato sul divieto parziale di sperimentazione (1963), il Trattato di non proliferazione (1968), il Trattato sui missili anti-balistici (1972), la Convenzione sulle armi biologiche (1972) e la Convenzione sulle armi chimiche (1993). L’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Robert McNamara ha attribuito a un’iniziativa Pugwash di ritorno le basi per i negoziati che hanno posto fine alla guerra del Vietnam. Mikhail Gorbaciov ha ammesso l’influenza dell’organizzazione su di lui quando era leader dell’Unione Sovietica. Inoltre, a Pugwash è stato attribuito il merito di essere un’organizzazione “transnazionale” innovativa e all’avanguardia, nonché un esempio di efficacia della cosiddetta diplomazia non convenzionale (detta anche Track II diplomacy).

Questa non è l’unica iniziativa in questo campo. Per esempio, l’Accademia dei Lincei organizza ogni anno le conferenze Amaldi che sono un importante forum discussione ad altissimo livello, come si può vedere dagli atti delle precedenti conferenze Amaldi

Sono molto fiducioso che discussioni fra scienziati, politici, militari e diplomatici sono estremamente utili per costruire una comprensione reciproca senza la quale non possiamo costruire una pace duratura, pace senza la quale non potremmo affrontare con successo le sfide che l’umanità ha davanti.

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